Il Sentiero degli Dei – 5-10 settembre 2013

In un torrido settembre, undici viandanti attraversarono l’Appennino percorrendo la Via degli Dei da Bologna a Firenze, guidati da uno scrittore, oltre che dalla memoria e dall’immaginazione. I miei appunti di viaggio.

Da un Nettuno all'altro

Da un Nettuno all’altro

La non-guida mi guarda con aria di disapprovazione. 

      –   Non dovevi aspettare l’arrivo a Firenze?

     –  Cosa c’entra? Questa è una sigaretta conviviale, siamo in compagnia… anzi, dovreste fumare anche voi insieme a me – rispondo finendo di rollare la sigaretta gentilmente offerta da Filippo.

Gli altri non sono molto convinti. In effetti avevo deciso che mi sarei concessa una sigaretta solo all’arrivo in Piazza della Signoria, per porre un termine significativo a sei giorni di sudore e fatica. Ma stiamo celebrando l’ultima sera, accompagnando la conversazione con birra, grappa e liquore alle erbe del Monte Senario. La notte è senza luna, ma il cortile dei bungalow è illuminato dalla luce dei lampioni. Non capisco come ci si possano godere certi momenti senza qualcosa da fumare…

Non credo ci siano altri ospiti oltre a noi al campeggio di Bivigliano. A cena non c’è nessun altro, e le porzioni di tagliatelle ai funghi degne di Obelix mi insinuano il sospetto che lo staff stia cercando di finire le scorte. Ma a noi sta bene così, l’ambiente è più intimo e all’aperitivo possiamo godere indisturbati di uno scenografico tramonto rosa sulle colline toscane; una situazione adeguata alla fine del viaggio, che coincide con la fine dell’estate.

Solo due sere fa abbiamo alloggiato in un altro campeggio, a Barberino del Mugello, a differenza di questo animato oltre ogni aspettativa. Sembrano passati anni luce. Il ristorante era pieno e, sotto un gazebo, uomini e donne, per la maggior parte tedeschi, bevevano e giocavano a carte intorno ai tavolini. Alla sera c’era addirittura una simpatica e rustica discoteca, in cui alcuni di noi non han potuto resistere al richiamo nostalgico della dance anni 80. Anche in quell’occasione non sono mancate birra e chiacchiere, benché più spensierate e meno coinvolgenti. Si respirava aria d’estate e di vacanza e mancava ancora qualche giorno prima di doversi salutare.

Non per tutti in realtà; due componenti del gruppo li abbiamo persi già il mattino dopo. Mirko si è arreso alla febbre e alle vesciche ai piedi e Carmen, sua moglie, non ha avuto cuore di abbandonarlo al suo destino. Sarebbe stato bello arrivare a Firenze tutti insieme ma, in fondo, condividere un cammino, scambiarsi storie e stati d’animo credo restino esperienze importanti anche per chi alla fine non raggiunge il traguardo.

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Piscina del campeggio di Bivigliano (FI) in un crepuscolo di fine estate

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L’avventura inizia la mattina del 5 settembre davanti alla stazione di Bologna. Ancora non conosco gli altri personaggi di questa storia, già quasi tutti seduti sul bordo dell’aiuola, vestiti da trekking in mezzo al traffico e alle polveri sottili di Piazza delle Medaglie d’Oro. 

Questo viaggio non ha una guida” recitava la pagina web della prenotazione. C’è Giovanni però, meglio conosciuto come Wu Ming 2, che ci ha scritto un libro su questa Via degli Dei; sarà dunque lui la nostra non-guida. Abbiamo un po’ di tempo a disposizione prima della partenza vera e propria, perché dobbiamo aspettare Nicola, che ha forato ed è in ritardo. Il giusto contrappasso per aver preferito l’inquinante trasporto su gomma all’ecologica rotaia, commenta qualcuno. Giovanni ci accompagna così alla Montagnola, dove ognuno si presenta e iniziamo a conoscerci. Son passati più di quindici anni dall’ultima volta che ero salita su questa collinetta a due passi dalla stazione, e non l’avevo mai vista spoglia del mercatino delle pulci.

La prima vera tappa e inizio ufficiale del viaggio è però Piazza Maggiore, dominata dalla statua del Nettuno; il nostro cammino si concluderà al di là dell’Appennino Tosco-Emiliano, di fronte ad un altro Nettuno, quello di Piazza della Signoria a Firenze. Il sole si riflette sui palazzi color ocra e in cielo non c’è una nuvola. L’orologio della torre del Municipio segna solo le 9:25 ma fa già caldo e speriamo, salendo in collina, di lasciarci alle spalle l’afa della città (speranza che verrà presto disillusa). La foto di gruppo che immortala quel momento è ben diversa da quelle che seguiranno. Siamo ancora freschi, puliti e riposati, con i volti distesi e sorridenti.

Ci liberiamo subito dell’incombenza di procurarci cibo in un discount all’inizio del portico di San Luca; ho la pessima idea di comprare prosciutto sotto vuoto, decisione che mi rovinerà il pasto dell’indomani. Di fronte al discount c’è una pasticceria in cui le ciambelle spolverate di zucchero a velo mi sorridono dalla vetrinetta; ma sono ancora troppo in modo sport, natura e frugalità per lasciarmi tentare.

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Nicola, il disperso, ci raggiunge in tempo per non perdersi la prima salita, verso il santuario della Madonna di San Luca, che è faticosa ma abbastanza veloce e allegra. Piena di entusiasmo e di energia, rallento solo per la curiosità di leggere alcune targhe delle 666 arcate del portico, che si inerpica ripido sulla collina e che pare sia il più lungo del mondo, nientemeno. Il numero non è casuale; rappresenta infatti il demonio, a cui la Madonna schiaccia la testa come al serpente biblico.

Nel frattempo, senza quasi accorgercene, ci lasciamo alle spalle Bologna e ci ritroviamo in aperta campagna; dalla terrazza balaustrata del santuario, colline e boschi si estendono a perdita d’occhio. Riempiamo le borracce alla fontanella. Scopriremo di aver bisogno di molta acqua; nonostante sia già settembre, il caldo è ancora estivo e il percorso è quasi tutto al sole.

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Santuario della Madonna di San Luca

Dopo la scalata del portico, ci rilassiamo sull’antica Via dei Brègoli, un sentiero in discesa all’ombra dei pioppi, costeggiato dalle stazioni di una Via Crucis. Si vede ancora il santuario emergere dal bosco di abeti e stagliarsi maestoso sulla cima del colle. Sarà una presenza che ci accompagnerà fino al terzo giorno, visibile all’orizzonte sempre più piccolo e lontano, e diventerà uno dei tormentoni del viaggio (“Si vede San Luca?” ripetuto dopo ogni curva). Sotto una passerella pedonale troviamo per la prima volta la segnaletica bianca e rossa del sentiero 112 del CAI e l’indicazione per Firenze. Scendiamo fino alla chiusa sul Reno, che osserviamo tra gli alberi da una staccionata di legno; il fiume è quasi a secco. Poco più avanti, compaiono nella macchia un segnale stradale di senso vietato e un altro indicante una zona pedonale: anche Giovanni ne aveva parlato nel suo libro come di un elemento surreale del percorso. In effetti l’immagine di questi cartelli, lì in mezzo alla boscaglia, è del tutto incoerente, un po’ tipo l’orso polare sull’isola di Lost.

Sullo sfondo il paesaggio è dominato dal Contrafforte Pliocenico; un nome che evoca alla memoria tirannosauri e pterodattili, e infatti in queste rupi di arenaria nate dal mare si trovano ancora conchiglie e scheletri di pesci preistorici.

Inizia poi una giungla di sterpaglie riarse. Il sudore cola a rivoli, fastidiosissimo sulle fronti, attirando mosche e vespe. I vestiti si incollano alla pelle. Gli zaini sembrano aver raddoppiato il loro peso. L’acqua nelle borracce finisce presto e non c’è traccia di fonti o punti di ristoro. Sfiniti, ci fermiamo a mangiare un po’ prima del previsto.

Dopo pranzo, arriviamo al monumento che ricorda l’eccidio del Rio Conco: un cippo di arenaria su cui è stata applicata una targa commemorativa. Accanto, un giovane cipresso. Giovanni ci racconta la storia della morte di 16 uomini, civili, fucilati dai nazisti per rappresaglia dopo essere stati costretti a scavare la propria fossa.

Giunti a Vizzano, vicino a Sasso Marconi, un vero angelo del paradiso ci salva dalla disidratrazione: la proprietaria della trattoria, che, sebbene sia orario di chiusura, ci riempie tutte le borracce. Verrà per questo ribattezzata Signora delle Borracce. Qualcuno si beve anche la prima birretta.

La seconda salita di tornanti inghiaiati non è ripida ma è molto più faticosa di quella di San Luca, complici il caldo e la stanchezza. Il paesaggio è ancora collinare ma l’Appennino vero si avvicina. Passiamo accanto alla vite del Fantini, la cui storia mi aveva affascinato leggendo il libro. Si tratta di una vite di più di cent’anni, sopravvissuta non solo alla fillossera che distrusse le vigne di tutta Europa alla fine dell’Ottocento, ma anche a due guerre, alla cementificazione e all’inquinamento; il suo DNA è unico, sconosciuto e antichissimo, un vero mistero, come le piramidi. Forse è stata addirittura portata dagli alieni? Piantata dai cavalieri templari? Ci sarebbe materia per una puntata di Voyager… Peccato che non ho neanche la forza di assaggiarla, quest’uva rarissima. 

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Il b&b Nova Arbora, fresco, verde e accogliente, è un approdo di pace, un’isola dopo il naufragio. Appena arrivati, ci togliamo gli scarponi per camminare a piedi nudi nel praticello e riattivare la circolazione. La padrona di casa ci offre uno sciroppo di sambuco e menta, vero e proprio elisir di salute, dissetante e rinfrescante. Nel giardino ci sono piante di ogni tipo, mangeregge e carnivore, delizie e veleni, e al di là del giardino, senza soluzione di continuità, il bosco. È come trovarsi in una dimensione onirica e paradisiaca; se vedessi spuntare il cappello di uno gnomo tra un sasso e un cespuglio non sarei affatto stupita. 

Camera con vista sul giardino botanico

Camera con vista sul giardino botanico

La camera che divido con Francesca sembra quella di un hobbit, col soffitto spiovente e le finestrelle ovali che danno sul giardino e il bosco. La cucina è eccellente e genuina, con presentazioni da nouvelle cuisine. La tentazione di lasciare il cammino e fermarsi per qualche giorno di relax è forte. Tra le curiosità di questo luogo incantato ci sono le numerose collezioni dei gestori: nidi d’uccello, macinini da caffè, fossili e, quella che ci colpisce di più, proiettili della seconda guerra mondiale, trovati tra i boschi e raccolti in un’autentica scatola di legno dell’esercito tedesco, fabbricata in Afghanistan. 

Ci troviamo in effetti sulla “Linea Gotica”, la linea che unisce il Tirreno e l’Adriatico, lungo la quale i tedeschi fecero costruire un sistema di capisaldi difensivi per contrastare l’accesso alla pianura padana da parte degli alleati. 

Caposaldo di Monterumici

Caposaldo di Monterumici

Durante il cammino, a Monterumici, vediamo anche alcune trincee, veri e propri buchi scavati nel terreno, dove i tedeschi, nascosti come topi, resistettero per oltre sei mesi. Bisogna abbassarsi per entrare, ma poi all’interno un uomo può stare comodamente in piedi. Qui gli americani combatterono con i nazisti nell’autunno del 1944, avanzando e retrocedendo quasi ogni notte di pochi metri. Nel mentre, i tedeschi ebbero tutto il tempo di organizzare rastrellamenti e rappresaglie contro i partigiani e la popolazione locale, deportare civili nei campi di lavoro in Germania e depredare la pianura. Nella primavera del 1945, iniziarono anche i bombardamenti e l’avanzata con mezzi corazzati. In queste buche umide e buie osserviamo il bosco all’esterno, immaginando il passaggio dei carri armati, i rombi dell’artiglieria, i fischi dei bombardieri, le esplosioni delle mine.

Alcuni di questi soldati sono sepolti al cimitero di guerra tedesco del Passo della Futa, più avanti lungo il percorso. Sul libro degli ospiti si possono leggere alcune testimonianze di visitatori dalle idee confuse, che recitano “Onore ai morti per la libertà” e cose del genere, ignorando o dimenticando che quei particolari tedeschi non erano combattenti per la libertà, bensì invasori nazisti. Forse tra loro c’è anche il soldato che, dall’altra parte dell’Appennino, al Rio Conco, sparò a sangue freddo a un ragazzo di diciassette anni, a cui il padre era appena stato obbligato a scavare la fossa.

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Il secondo giorno ci aspetta la salita di Monte Adone. Ora, questo monte Adone è uno spauracchio la cui difficoltà è stata talmente mitizzata la sera prima da Giovanni e dal gestore del Nova Arbora, che io ormai mi aspetto di dover affrontare un’impresa tipo scalare il K2 senza bombole. La salita è sì irta, con veri e propri gradini alti mezzo metro, sassi e radici in cui si rischia di inciampare, ma sono appunto fresca, rifocillata e preimpostata per uno sforzo sovrumano. Inoltre, il sentiero è quasi tutto all’ombra, e scalare aggrappandosi ai tronchi degli alberi per non cadere di sotto è divertente. Alla fine sono molto meno stanca che dopo una delle tante “salitine” dolci dolci e infinite sotto il sole cocente. Tanto più che il panorama dall’alto è suggestivo e bizzarro, con questi campanili di roccia stratificata, che ricordano le montagne sospese di Pandora. Anche se siamo solo a 650 metri di altitudine, non manca la croce e neanche il libro di vetta, che firmo con una certa soddisfazione.

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Monte Adone

La valle sotto di noi è percorsa dall’A1 e si vede la variante di valico non ancora completata. Questo nuovo tratto autostradale comprende una ventina di gallerie, i cui scavi hanno scatenato una frana da sessanta milioni di metri cubi di terra che avanza giorno dopo giorno, e a causa della quale decine di persone hanno perso la casa negli ultimi anni. Nonostante ciò, quest’estate si è festeggiata la fine dell’ultima galleria, la più ampia del mondo, scavata con la fresa più grande del mondo, dentro un colle pieno di sacche di grisù. 

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Mangiamo all’ospitale di Monzuno, in cui i monaci Vallombrosani offrivano vitto e alloggio ai pellegrini. Il convento, in parte diroccato, si rivela, come dice il nome stesso, abbastanza ospitale. È deserto, ma la porta è aperta. Anche la cappella è in cattivo stato, ma un’ala dell’edificio sembra in corso di ristrutturazione; ci sono anche una cucina e un bagno, ma l’acqua non scorre. Ci sistemiamo in quello che era il chiostro della chiesa, dove i muri antichi e l’ombra creano un microclima fresco. Purtroppo, il mio prosciutto, acquistato il giorno prima a Bologna (che ora sembra lontanissima) è ormai inguardabile, per quanto Giuseppe, con cui ho condiviso l’astuto acquisto, sostenga che sia ancora commestibile. Il mezzo panino che riesco a mandar giù mi toglie del tutto l’appetito. Mi riprometto di organizzarmi meglio nei prossimi giorni.

Superata Monzuno, sul crinale incontriamo una centrale eolica. Da lontano le eliche sembrano esili ed eleganti, ma più ci avviciniamo, più si rivelano nella loro imponenza. Le cose molto alte e isolate mi danno da sempre una sensazione di vertigine; ho l’impressione che possano prendere vita da un momento all’altro. Inoltre, in questo caso, le enormi pale girano veloci senza che si percepisca un filo di vento; sembra incredibile che siano corpi inanimati, e non invece mostri o demoni della montagna. E si tratta di mostri in un certo senso; per quanto in apparenza aggraziato, pulito, eco-compatibile, l’eolico rischia di avere un impatto gravissimo sull’ambiente di questo tratto dell’Appennino. È già stata autorizzata infatti l’installazione di una nuova centrale, sul crinale che unisce il passo della Futa al Monte Gazzaro, uno dei punti più belli della Via degli Dei. La costruzione dell’impianto prevede l’abbattimento della faggeta e l’allargamento della strada, per permettere il passaggio degli enormi automezzi necessari al trasporto, con danni conseguenti alla fauna, al paesaggio e al turismo. E anche alla popolazione locale, che non trarrà nessun vantaggio dall’opera; gli unici benefici saranno per il costruttore, che incasserà i lauti contributi europei.

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“Le grandi pale cominciarono ad agitarsi. Il che avendo visto don Chisciotte, disse:
— Ma per quanto agitiate più braccia di quelle del gigante Briareo, me la pagherete.”

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A Madonna dei Fornelli, dove si trova il nostro albergo per la seconda notte, esiste il caffè Musolesi. Purtroppo non ci sono entrata, ma la nostra non-guida narra che sia gestito da un inquietante personaggio, il quale si è fatto ritrarre, insieme a tutta la famiglia, col collo tranciato e grondante sangue. Gli sembrava uno stile originale. Dato che non ho avuto il piacere di conoscerlo, il signor Musolesi, nel mio immaginario, ha preso le sembianze del fantasma Nick-quasi-senza-testa.

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Il fantasma Nicholas de Mimsy-Porpington, meglio conosciuto come Nick-quasi-senza-testa

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La spesa al negozio di alimentari, la mattina del terzo giorno, è più oculata di quella di Bologna. Prendo un enorme panino al prosciutto cotto per il prossimo pasto, ma per il giorno dopo compro un pezzo di salsiccia con crostini dorati, e anche prugne e banane, cioccolato e mandorle.

Il percorso previsto dovrebbe essere “facile”, ma la salita inizia subito ed è piuttosto aggressiva; inoltre, mentre la stanchezza e il mal di muscoli vengono rimossi dal riposo notturno, i piedi sono più o meno nelle stesse condizioni della sera prima e continuano ad accumulare dolore.

Tratto della strada romana "Flaminia militare"

Tratto della strada romana “Flaminia militare”

Incontriamo un tratto dell’antica strada romana, indicata col pretenzioso cartello “Zona Archeologica”, e alcune pietre miliari che indicano la distanza da Bologna in miglia romane. I resti archeologici consistono in alcuni tratti lastricati della Flaminia Militare, la strada romana transappenninica che collegava Bologna a Fiesole, e nelle cave da cui si estraeva l’arenaria per la sua costruzione. In realtà, ci sono ancora controversie sul fatto che questa strada risalga effettivamente all’epoca romana; c’è chi sostiene che fosse medievale, anche se la larghezza regolamentare di otto piedi romani pare non lasciare dubbi.

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La cosa che in assoluto preferisco in questa passeggiata è che si trova cibo buono e gratis lungo la strada. In questa stagione soprattutto more, a volte piccole e aspre, altre volte enormi e succose. Ma anche fichi, prugne e uva. Alcuni miei compagni di viaggio apprezzano il corniolo, che secondo loro toglierebbe la sete. Io personalmente ho trovato interessante assaggiarlo solo per capire il senso preciso dell’espressione “secchezza delle fauci”. E poi ci sono i funghi, ma bisogna conoscerli. L’unico che abbiamo raccolto avremmo voluto farlo esaminare e cucinare da Sandra, la padrona di casa del b&b di Gabbiano, la quale però sostiene che i funghi dopo il disastro di Chernobyl non si possono più mangiare (e tantomeno buttare nei rifiuti organici, se li si usa per ricavare il compost). 

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Foto-fake: la mora qui ritratta non è stata colta sulla Via degli Dei, bensì a Fontainebleau (Seine-et-Marne)

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Un’altra cosa che apprezzo molto è camminare nel bosco, soprattutto se il clima è fresco e il cielo grigio, come al nostro passaggio nell’abetina di monte Gazzaro, dalla bellezza selvaggia e spettrale. Verde e grigio, umidità e silenzio, le nuvole che si fondono con la nebbia. È l’habitat ideale di vampiri, lupi mannari e anche del mostro di Firenze, che operava proprio in questi paraggi. Oppure come alle Banditacce, il punto più alto di tutto il percorso, a 1200 m. Qui, indicata dal cartello “AQUA”, c’è una fonte d’acqua fresca e buona. Peccato che scenda a filo e riempire le borracce si riveli un’operazione piuttosto lunga. Nessun problema, dato che c’è anche un tavolo con due panche e il posto è l’ideale per fermarsi a mangiare. 

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Bosco del mostro di Firenze

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Il quarto giorno, per la prima volta dalla partenza, il tempo è incerto: solo qualche pallido squarcio di luce penetra i nuvoloni grigi. Osserviamo con apprensione la cima del monte Gazzaro (1125m) avvolta dalla nebbia, sapendo che è proprio da lì che dobbiamo passare. In effetti sulla cima, dove una croce si erge su un piedistallo in mattoni, dovrebbe esserci un belvedere e dunque un panorama, ma la nebbia è fittissima e la valle non si vede.

Nebbia sul monte Gazzaro

Nebbia sul monte Gazzaro

Inoltre soffia un vento freddo e cade qualche goccia di pioggia. Il sudore mi gela addosso. La discesa che segue è indicata sulle guide con EE, ed è ripidissima e scivolosa. Quando arriviamo giù illesi, ci sentiamo tutti Escursionisti Esperti. 

Ci fermiamo a mangiare in una radura dove spiazzi erbosi e ricoperti di aghi di pino si alternano alla terra nuda, al centro di un boschetto dalla straordinaria varietà arborea. Oltre al paesaggio, questo posto ha anche il nome degno della Terra di Mezzo: l’Antico Passo dell’Osteria Bruciata. Narra la leggenda, che in questo punto ci fosse una locanda in cui, prima che venisse distrutta e arsa, i viandanti sparivano misteriosamente.

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La flora è ricca e varia lungo tutto il percorso. La fauna, dal canto suo, si fa un po’ desiderare; probabilmente ci sono caprioli, cinghiali e anche lupi a frotte, ma siamo un gruppo piuttosto rumoroso e a tratti canterino, quindi naturalmente non ne vediamo neanche l’ombra. Ci capitano comunque alcuni incontri interessanti:

  1. Poco prima di monte Adone c’è il Centro Tutela e Ricerca della Fauna esotica e selvatica, che si rivela una delusione, perché non si sentono ruggiti e non si vedono leoni all’orizzonte. C’è però un bel giardino con sculture africane (o asiatiche o polinesiane).

  2. Poco più avanti il primo animale selvatico che incontriamo è un enorme rospo, probabilmente moribondo, immobile e mimetizzato tra l’erba accanto a una piccola fonte.

  3. Il secondo è un toporagno, questo definitivamente stecchito.

  4. Poi ci sono i cani, che in questa zona sono i più incazzosi dell’universo. Il loro abbaiare continuo è insopportabile; uno particolarmente in forma, grosso e minaccioso, ci insegue per circa mezzo chilometro senza mai smettere un secondo di abbaiare. Nessun padrone all’orizzonte. Un altro, legato alla catena, ha accanto un cartello che intima in rosso e maiuscolo “NON AVVICINARSI. MORDE”.

  5. Lungo la discesa di monte Adone, Giovanni trova il fossile della scia di un verme preistorico. Lo prendo come souvenir per mio nipote di sette anni, futuro archeologo.

  6. Nel bosco ci sono milioni di milioni di milioni di mosche. Sono attratte dal sudore, più uno suda più mosche ha addosso. Ogni volta che mi fermo a riprendere fiato, cercare di cacciarle mi toglie le forze più che camminare. Uno dei miei compagni di viaggio, Luigi, sostiene che la soluzione è entrare in sintonia con la natura e amarle, e allora anche loro ti ameranno; ho provato questo metodo zen ma non ha funzionato, ha prevalso l’odio reciproco.

  7. Ripeto, i cinghiali non li vediamo, ma la loro presenza è testimoniata dagli spari dei cacciatori, inquietante sottofondo alla nostra pausa nei pressi della casa colonica dei Capannoni, al confine tra Emilia e Toscana, in un immenso pascolo verde circondato da boschi di abeti; pausa peraltro bucolica e piacevole all’ombra di un maestoso acero campestre. 

    Arac Attack

    Arac Attack

  8. Ogni tanto si incontrano dei ragni ben pasciuti, altezzosi come dei re al centro della loro tela rotonda, il top dell’architettura ragnesca; niente a che vedere con i loro deperiti e stressati cugini domestici che vivono su tre fili precari sotto la spada di Damocle dell’aspirapolvere.

  9. Avvistiamo anche la cacca di un lupo. Almeno, gli esperti del gruppo mi assicurano che sia di un lupo, e io mi fido. Il fatto è che gli escrementi in questione sono infarciti di pelo (eh lo so, fa schifo, ma è interessante dal punto di vista naturalistico, dicono) il che dimostra che il proprietario si era appena ingoiato un animale peloso.

  10. Poco prima di Gabbiano, frazione di San Piero a Sieve, sulla nostra destra notiamo un gregge di pecore. Non è il primo che incontriamo ma questo ha la particolarità di essere gemellato con uno stormo di uccelli che da lontano sembrano piccoli aironi. Ogni pecora è accompagnata dal suo proprio mini-airone, come il coccodrillo che vive in simbiosi con l’uccello che gli pulisce i denti. 

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Strada di Gabbiano (San Piero a Sieve)

Strada di Gabbiano (San Piero a Sieve)

Il b&b della penultima notte si chiama “La gabbianella e i gatti”; gabbianella viene dal nome del villaggio, Gabbiano, e i gatti sono gli abitanti: tantissimi, di ogni colore e dimensione. Ci sono anche diversi cani, ma solo due hanno il diritto di entrare in casa. Ad accoglierci sono però due umani, marito e moglie, che ci offrono subito birra, succo di frutta e uva fragola. La cena è vegetariana, con l’eccezione di un assaggio di finocchiona. I gestori ci mostrano affascinanti attrezzi per difendersi dalle insidie della natura: una specie di pinzetta per staccare le zecche (tutta quanta la zecca, anche la testa) che funziona come un rito magico: bisogna girarla per tre volte attorno all’animale e poi tirare. E un succhiaveleno tipo ventosa per i morsi delle vipere, che può servire anche per le punture di api e di vespe. C’è una gradita ospite, Simona Baldanzi, scrittrice che si occupa dello scempio ambientale di questo territorio, bucato come un groviera da gallerie autostradali e ferroviarie, e delle conseguenze sulla popolazione locale e sui lavoratori. Ha raccontato ad esempio le storie dei minatori dei cantieri dell’Alta Velocità nel libro “Mugello sottosopra”.

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Durante la notte piove, ma alla nostra partenza ha già smesso. Ci arrampichiamo da San Piero a Sieve verso il castello di Trebbio, che però è circondato da una siepe, e lo vedremo elevarsi tra cipressi e ulivi, solo dopo un’altra scarpinata, dalla collina di fronte. Poco dopo, in un fossato incontriamo una grossa vipera grigio-blu, e ripenso con nostalgia al succhiaveleno della signora Sandra. Si preannuncia una giornata pesante, quasi tutta in salita. Sono così concentrata sulla mia stanchezza e abbattimento che neanche mi accorgo che è l’ora di pranzo, e che il tratto più duro della salita del monte Senario è già passato. Ci fermiamo all’ombra, e finisco con soddisfazione la salsiccia comprata due giorni prima a Madonna dei Fornelli. 

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Castello di Trebbio

Passiamo accanto alla Badia del Buonsollazzo. Il nome promette bene, l’abbazia in disuso racconta di antichi splendori, ma in realtà non c’è molto con cui sollazzarsi, nemmeno una fonte d’acqua.

Alla fine della salita raggiungiamo il santuario dei Sette Santi Fondatori dell’ordine dei Servi di Maria, sette nobili fiorentini che, nel tredicesimo secolo, si ritirarono dalla vita mondana, per dedicarsi alla preghiera, in una casupola fuori Firenze. Poi, “continuamente impediti nel loro desiderio di contemplazione” da visitatori e curiosi, si rifugiarono qui, sul monte Senario, dove fondarono una comunità religiosa. Il panorama, a 360 gradi sui boschi verdi dell’Appennino, trasmette una sensazione di pace e di armonia, e non stento a credere che i fondatori trovassero in questo posto un incentivo allo slancio mistico.

***

L’ultimo giorno, lasciato il campeggio di Bivigliano, resta il tragitto fino a Firenze, per me in assoluto il più faticoso. I miei piedi si rivoltano ormai a qualsiasi mio volere, e inoltre l’aspettativa ingannevole di un percorso breve è fonte di continue frustrazioni. Il fatto che si inizino a vedere scorci di Firenze dà l’impressione di essere quasi arrivati, mentre invece mancano ancora diversi chilometri. È una continua alternanza di illusione e delusione. A Fiesole si ricomincia incredibilmente a salire ancora, verso il colle di Montececeri. Qui Leonardo fece collaudare la Macchina del Volo al suo assistente Zoroastro, che forse ne uscì illeso, forse gravemente ferito o addirittura defunto; sulla sua sorte i pareri sono tuttora discordanti. Pranziamo qui, finendo gli ultimi viveri.

Infine, dopo una serie di tornanti in discesa, costeggiati da villette e giardini, ecco il cartello “FIRENZE”.

Enfin...

Enfin…

Matteo cerca di filmare Giuseppe che valica trionfante il confine cittadino, ma lo smartphone lo tradisce, e perdiamo questa preziosa testimonianza. Ci accontenteremo della foto di gruppo attorno al cartello. Ancora una volta però, non siamo ancora arrivati! Firenze non è una città grande, ma comunque Piazza della Signoria è ben distante; chi di noi, abitando nella periferia di una città di 350000 abitanti, si sognerebbe di andare in centro a piedi? E infatti Emiliano, l’unico fiorentino della compagnia, non ci pensa proprio, e dopo averci indicato la strada più breve, fila dritto a casa. Lo guardo allontanarsi con profonda invidia, perché i miei piedi sono ormai ben oltre la soglia del dolore sopportabile e minacciano l’auto-amputazione.

Quando arriviamo finalmente in Piazza della Signoria, sono talmente provata che non apprezzo il momento come si converrebbe. Per fortuna il cielo è coperto e il caldo non eccessivo; il meteo aveva annunciato sole e 35 gradi, e in una città afosa come Firenze, credo che per me sarebbe stato il colpo di grazia. Posso fumare l’agognata sigaretta dell’arrivo che Nicola ha conservato per me. 

***

Ora la Via degli Dei è finita, ma bisogna ancora camminare per raggiungere la stazione di Santa Maria Novella. Al solo pensiero di scendere nel sottopassaggio e poi risalire tra la folla, ho la nausea, e non sono la sola, così con Matteo e Nicola attraversiamo la trafficata rotonda in superficie, passando indenni tra decine di macchine strombazzanti, in uno stato di totale straniamento dalla realtà. Siamo ancora con la testa tra i boschi e le montagne, lontano dalla civiltà. Raggiungiamo il resto del gruppo, e poi ognuno prosegue per la sua strada. Non c’è neanche il tempo per un ultimo scambio di idee, ma forse è meglio così; meglio mettere in mezzo qualche giorno e svariate centinaia di chilometri tra la fine del viaggio e la sua rielaborazione, in modo da distinguere, col setaccio della memoria selettiva, le immagini e le storie che hanno reso importante questa bella avventura.

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  1. #1 di Mohawk il dicembre 10, 2013 - 6:16 pm

    E’ da quando ho letto il libro di Giovanni che in casa mia sognamo di fare il Sentiero degli Dei, l’anno scorso eravamo anche andati vicino ad organizzarci davvero. Però mi sembra un po’ impegnativo per portarci due ragazzini di 10 e 13 anni. Aspetterò che crescano ancora un pochino.
    Complimenti, bellissimo racconto.

  2. #2 di Io ballo da sola il dicembre 10, 2013 - 7:55 pm

    Grazie! Forse per i tuoi figli è un po’ presto, non tanto per la difficoltà quanto per la lunghezza del percorso, sei giorni di camminata sono tanti. Il terzo giorno potrebbero iniziare a maledirti! 😀

  3. #3 di Walter Rugliese il dicembre 11, 2013 - 12:30 pm

    Bellissimo !!!!!!!!!! grazie

  4. #4 di carmen il dicembre 17, 2013 - 2:56 pm

    Francesca grazie, sono i dettagli che rendono davvero unica l’esaperienza. Nel cuore ho la mimosa pudica scoperta nel primo B&B assieme alla “vite-maritata”, le due scoperte per me più toccanti e se ti interessa ho recuperato una bottiglia di sambuca…quando vuoi, a casa c’è!

    • #5 di Io ballo da sola il dicembre 17, 2013 - 6:31 pm

      Grazie a te! Io ad esempio la vite maritata non me la ricordavo più! e grazie anche dell’invito, magari una volta che passo da Milano ne approfitto! 🙂

  5. #6 di kappazeta il gennaio 6, 2014 - 7:45 pm

    Finalmente ho trovato il tempo di leggere il tuo racconto: grazie! Non ho ancora fatto il Sentiero degli Dei, mi stavo organizzando per farlo nell’autunno di qualche anno (ma, sacrilego, l’avrei affrontato in mountain bike) ma mi ruppi un dito del piede, un mese immobile più il recupero, e saltò tutto. Ma tra il libro e questo racconto, la voglia di mettersi in cammino (o in sella!) è sempre lì.

    • #7 di Io ballo da sola il gennaio 7, 2014 - 8:00 pm

      Grazie a te! se lo fai in mountain bike hai tutta la mia ammirazione!

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